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ReiKi

Nel corso dei secoli, gli uomini sono stati protagonisti di “miracoli”, cambiamenti e guarigioni a opera di un’Energia che è stata chiamata con nomi diversi nelle varie culture tradizioni religiose. Il Prana degli Indù, il Ka degli Egizi, il Chi dei Cinesi, lo Spirito Santo dei Cristiani sono in fondo espressioni della stessa Energia, che si manifesta attraverso rituali differenti. Ed è sempre stato patrimonio di pochi eletti, sciamani o sacerdoti, la conoscenza di gesti, parole, segni, in grado di evocare quella forza d’amore capace di curare il corpo e lo spirito, di operare trasformazioni con la stessa semplicità con cui ogni giorno un fiore dischiude i suoi petali; quotidianamente siamo spettatori a volte inconsapevoli di eventi naturali e nello stesso tempo “straordinari”. Se riuscissimo a cogliere il “miracolo” che ogni giorno si compie, forse avrem­mo più rispetto per tutto ciò che ci circonda e che, invece, con indifferenza e con disprezzo calpestiamo. Se riusciremo a entrare in armonia con l’universo, a riprendere contatto con quella forza che è alla base della creazione, quell’Energia vitale che tutto permea, solo allora potremo sperare in un futuro per noi e per i nostri figli, in un cambiamento che potrà salvare l’umanità. Lungo questo non facile cammino, l’incontro con il Rei-ki risulterà fondamentale; il termine giapponese indica proprio quell’Energia vitale universale che potrà fluire attraverso di noi, una volta ricevuta l’attivazione, se ci disporremo a praticarla come atto d’amore. Non è certamente casuale che in questa epoca di transizione, e quindi di trasformazione, sia offerta a tutti gli uomini la possibilità di accedere, attraverso tre livelli di iniziazione, a quella fonte d’amore in grado di ricreare l’armonia dentro e fuori di noi. L’umanità, pur avendo raggiunto livelli altissimi di conoscenza, pur fruendo di tecnologie avanzatissime, rischia di scomparire se non si fermerà in tempo; a ognuno di noi è richiesto un maggior senso di responsabilità. Il Rei-ki può rappresentare l’aiuto necessario in questo importante cammino, nel tentativo di riallacciare una comunicazione più profonda con noi stessi, con tutto quanto ci circonda, con il Ciclo. Il Rei-ki non è soltanto una pratica di guarigione, ma significa molto di più: l’occasione di un cambiamento, è un nuovo modo di essere nel mondo. E ancora non è casuale che solo in quest’epoca si stia diffondendo finalmente l’arte del Rei-ki, riscoperta dal dott. Mikao Usui, verso la metà del XIX secolo. Noi ne abbiamo notizia grazie al racconto della grande maestra Hawayo Takata (1900-1980) e che qui riferia­mo, senza peraltro poter aggiungere nulla di nuovo a quanto è già stato scritto in proposito. Il dottor Mìkao Usui era un monaco giapponese che insegnava in una piccola università cristiana di Kyoto. Alcuni suoi allievi, un giorno, durante una lezione, gli domandarono come mai non si trovassero riferimenti ai metodi di guarigione con i quali Gesù Cristo aveva compiuto i suoi miracoli, e se lui fosse in grado di spiegarli e di mostrarli loro. Usui ammise di non saper rispondere, solo la fede lo sorreggeva; decise quindi di iniziare un cammino di ricerca. Si recò dapprima negli Stati Uniti, dove studiò a fondo le sacre scritture cristiane e conseguì il dottorato in teologia all’università di Chicago. Non riuscendo a trovare nessuna esauriente risposta nelle scritture sacre cristiane né in quelle cinesi, che potè studiare grazie alla sua conoscenza della lingua, si recò in India e in Tibet, dove approfondì lo studio di antichi testi sacri scritti in sanscrito; ma la sua ricerca non ebbe successo. Decise allora di tornare in Giappone e, senza perdere la speranza, si dedicò ad approfondire il Buddismo: in fondo anche Buddha aveva compiuto guarigioni miracolose. Fu così che in un tempio vicino a Kyoto (quello che cerchiamo è quasi sempre vicino a noi) rinvenne antichi testi (sutra) buddisti, scritti oltre duemilacinquecento anni prima, che contenevano formule e simboli in grado di soddisfare le sue domande. La ricerca però non era finita, era stato compiuto solo il primo passo. Usui si rese conto che per utilizzare ciò che aveva scoperto era necessario trovare una via di maggiore approfondimento. Sentì l’esigenza di trascorrere un periodo di purificazione in un monastero sulla montagna sacra Kuriyama. A questo punto le versioni sono contrastanti: infatti, avendo Usui rivelato al superiore del monastero il frutto delle sue scoperte, non è chiaro se questi, comprendendone l’importanza, l’avesse dissuaso o incoraggiato a proseguire la ricerca. Ad ogni modo egli non si arrese e decise di vivere in totale isolamento e completo digiuno in un luogo appartato del Kuriyama. Portò con sé i sutra e ventun sassolini che gli sarebbero serviti per contare il trascorrere dei giorni. Il tempo era scandito dalle letture dei sutra, dalla recita dei mantra, ma niente pareva accadere. Finalmente, quando ormai era arrivato al ventunesimo giorno, nel momento che precede l’alba, quando ancora l’oscurità pervade ogni cosa, Usui ebbe la visione di una luce improvvisa che molto velocemente si avvicinava per colpirlo proprio al centro della fronte. Rimase fortemente impressionato, pensò di morire, ma la luce si trasformò in un’infinità di piccolissime sfere con i colori dell’arcobaleno, soprattutto rosa, blu, lavanda. Poi apparve un’intensa luce bianca in cui potè distinguere simboli e lettere splendenti come l’oro e allora disse: «Sì, mi ricordo!». Quel momento segnò la nascita del Rei-ki, arte di guarigione secondo il sistema Usui. Quando finalmente il monaco ritornò in sé, dopo il contatto divino, il sole era già alto nel cielo ed egli si sentì pieno di forza, nonostante il lungo digiuno; una nuova energia lo sosteneva e iniziò la discesa dalla montagna. Con la fretta e l’esuberanza che lo animavano, inciampò, ferendosi l’alluce di un piede che cominciò a sanguinare; istintivamente vi pose sopra le mani, e subito l’emorragia cessò e il dolore scomparve: questo può essere considerato il primo “miracolo”, o meglio la prima guarigione con il Rei-ki. Mentre faceva ritorno al monastero, il dottor Usui si fermò in una locanda dove mangiò abbondantemente senza accusare il minimo disturbo, nonostante il lungo digiuno, e dove ebbe l’occasione di guarire la nipotina dell’oste da un forte dolore ai denti. Di lì a pochi giorni egli capì che il suo posto non era nella quiete protetta del monastero, ma in mezzo ai mendicanti, nei ghetti di Kyoto, per aiutare quella povera gente a migliorare la propria vita. Vi rimase all’incirca sette anni, offrendo con generosità la sua opera nel curare i malati, contribuendo anche a cercare un lavoro per chi era in grado di svolgerlo. Ma, per quanto si prodigasse, si accorse ben presto che le stesse persone ritornavano prima o poi a mendicare. Quando chiese loro una spiegazione di ciò, essi risposero semplicemente che preferivano chiedere l’elemosina piuttosto che lavorare. Mikao Usui fu molto colpito e addolorato da queste parole e, come spesso accade, la sofferenza lo aiutò a capire che forse c’era qualcosa di importante che non aveva considerato: non basta guarire le malattie, perché gli uomini hanno bisogno di essere aiutati a instaurare un rapporto con se stessi, per favorire un aumento del loro livello di coscienza. Era quindi necessario insegnare loro la gratitudine e la riconoscenza; per questo Usui fissò semplici ma precise regole di vita.

Sole per oggi non preoccuparti
Solo per oggi non arrabbiarti
Onora i tuoi Genitori, i Maestri e gli Antenati
Guadagna da vivere onestamente
Mostra gratitudine ad ogni essere vivente

Iniziazioni:
Primo Livello
Secondo Livello
Terzo Livello

In seguito Usui abbandonò il ghetto dei mendicanti e ritornò a Kyoto, intenzionato a operare un cambiamento nel suo lavoro. Cominciò allora a girare per le strade con una fiaccola in mano, e a chi gli chiedeva spiegazioni rispondeva che stava cercando uomini disposti a guardare dentro se stessi, a iniziare un processo di conoscenza, di crescita attraverso la Luce. In questo modo prese l’avvio la nuova e ultima fase dell’intensa esistenza di Usui, che viaggiò a lungo dedicandosi totalmente all’insegnamento del Rei-ki. Alla sua morte fu sepolto in un tempio zen a Tokyo, e sulla lapide della tomba è incisa la storia della sua vita. Il dottor Chijiro Hayashi, suo stretto collaboratore, ne ereditò gli insegnamenti e divenne il secondo Grande Maestro di Rei-ki. Egli diresse fino al 1940 circa una clinica privata a Tokyo dove si praticava esclusivamente il Rei-ki. Furono curati casi anche molto difficili, a volte con trattamenti a tempo pieno per tutto l’arco di una giornata, con l’intervento di più operatori. Si raggiunsero ottimi risultati, e il dottor Hayashi potè raccogliere una ricca casistica confermando l’efficacia del Rei-ki che, agendo sul piano fisico, mentale e spirituale, è in grado di ristabilire l’equilibrio energetico. Il dottor Hayashi morì nel maggio del 1941 e fu sostituito da una donna, già sua paziente e poi allieva devota, che divenne il terzo e ultimo Grande Maestro: Hawayo Takata, nata alle Hawaii da genitori giapponesi. In un momento particolarmente difficile della sua vita – era rimasta vedova con due figlie piccole, e lei stessa si trovava in precarie condizioni di salute – decise di recarsi in Giappone per farsi operare, ma quando arrivò il giorno dell’intervento non ebbe la forza di sottoporvisi. Quella “voce dell’intimo”, quell’istinto che l’aveva spinta al lungo viaggio ora la fermava: forse la via da percorrere era un’altra. Cercando metodi di cura diversi, fu informata dell’esistenza della clinica del dottor Hayashi, e con decisione si sottopose a trattamenti costanti con il Rei-ki. Nel giro di pochi mesi il tumore da cui era affetta cominciò a regredire fino a scomparire. Hawayo Takata rimase entusiasta del metodo e dei risultati che si potevano ottenere, divenne allieva del dottor Hayashi e soggiornò ancora per un anno in Giappone. Al suo ritorno alle Hawaii continuò la pratica del Rei-ki; nel 1938, in seguito a una visita di Hayashi, ricevette l’iniziazione a maestro e, quando nel 1941 egli morì, fu lei il terzo Grande Mae­stro. Hawayo Takata, dopo aver ottenuto per molti anni guarigioni con la pratica del Rei-ki, decise di formare nuovi maestri perché nulla andasse di nuovo perduto; ma non solo, poco prima di morire, nel 1980, creò l’American Rei-ki Association, al fine di organizzare e coordinare l’attività del Rei-ki assicurandone la continuità. In seguito sua nipote, Phyllis Lei Furumoto, fondò una seconda organizzazione, la Rei-ki Alliance, con un’impostazione più spirituale, a differenza dell’altra improntata a una linea più decisamente sperimentale. Nel corso degli anni, la diffusione di quest’arte ha portato alla creazione di altre associazioni a cui i maestri non hanno l’obbligo di aderire, infatti alcuni preferiscono definirsi indipendenti. Qualunque sia la scelta e la via che verrà seguita, crediamo sia essenziale fare del Rei-ki sempre solo un’esperienza d’amore che vive nel cuore.

TRATTO DA: REI-KI Antica pratica di guarigione e autoguarigione
(Rimedi Naturali) – Gruppo Editoriale Giunti (su licenza di Demetra)

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